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I SEGRETI DELL'ABBAZIA DI PIONA. CAPITOLO 11: LA STAZIONE NELLA NEBBIA

Slow Life
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 11: La stazione nella nebbia
Sommario

Un appuntamento segnato con cura sul calendario diventa per Enrico un’ancora di normalità in un mondo che ha smesso di esserlo. La strada lungo il lago, il freddo di febbraio e la solitudine delle stazioni minori compongono un percorso che sembra ordinario, ma che vibra di presagi. A Dervio, la banchina vuota e una nebbia improvvisa trasformano lo spazio in un corridoio senza contorni, dove anche i suoni sembrano perdersi.

Un dettaglio minimo cambia la percezione della sicurezza e sposta il confine tra attesa e minaccia. In parallelo, Lucia e Lisa si muovono tra intuizione e rigore investigativo, ricostruendo una logica che non coincide mai del tutto con l’apparenza. Nella sala lettura di un albergo, il confronto porta alla luce un’idea inquietante: non stanno inseguendo solo un colpevole, ma un metodo. E quando un metodo viene compreso, reagisce. Il capitolo chiude stringendo la tensione su una consapevolezza semplice e crudele: qualcuno sceglie le persone, non per caso, ma per necessità strategica.

Attese, nebbia e segnali minimi lungo la linea del lago


Gennaio 2026

di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.

Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 11: La stazione nella nebbia


Enrico aveva segnato l’appuntamento con una cura quasi infantile, come se quel quadratino sul calendario potesse tenergli insieme la giornata e, in fondo, anche la paura. “Ospedale di Bellano – ore 19” era scritto con la sua grafia un po’ inclinata, tra una lista della spesa e un promemoria sulle patate da prendere dal ripostiglio. Aveva appeso il calendario in cucina, vicino alla finestra che dava sul lago, perché lì la luce arrivava meglio e perché, quando il mondo si metteva a fare rumore, lui aveva bisogno di vedere almeno una cosa ferma.

Sperava che al controllo della medicazione ci fosse ancora Andrea. Non solo perché la mano di Andrea era stata gentile la volta precedente — competente, esatta, senza fargli male più del necessario — ma perché Enrico aveva bisogno di un volto che conoscesse. Un volto che non parlasse di chiodi, di corpi trovati troppo tardi, di cartine abbandonate come briciole per guidare qualcuno nel bosco. Voleva dirgli grazie. Voleva chiedergli, quasi sottovoce, se stavano bene dopo quell’omicidio di Corenno Plinio, come se la domanda potesse ridare a quel fatto un contorno umano, un confine.

Partì in bicicletta quando il pomeriggio non era ancora sera, ma aveva già deciso di diventarlo. L’aria di febbraio tagliava la pelle come una lama sottile, senza sangue, ma con lo stesso dolore preciso. Ogni respiro gli entrava nei polmoni con un sapore metallico e gli usciva più bianco, più stanco. La strada lungo il lago era quasi vuota: qualche finestra accesa dietro le pietre, una persiana che sbatteva piano, il rumore distante di un motorino che passava e spariva subito, inghiottito dalle curve.


Le case di Corenno restavano alle spalle come un grappolo di ombre addossate alla roccia.

Enrico pedalava con le spalle un po’ chiuse, come se il freddo potesse essere respinto con la postura. La catena scricchiolava leggermente a ogni giro, e quel suono ripetuto gli dava un’illusione di compagnia. Ogni tanto il lago gli appariva tra i rami nudi: piatto, scuro, con una luce grigia appoggiata sopra come cenere. Non era un panorama. Era un umore.

Arrivò alla stazione di Dervio con le dita intorpidite e le gambe che bruciavano. La bici la legò con un gesto rapido, quasi nervoso, come se avesse paura che anche il ferro potesse tradirlo. Guardò l’orologio: aveva ancora tempo....

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