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L’ENIGMA DELLA CASA ABBANDONATA DI FOPPOLO. CAPITOLO 13 A: LUNGO LA STRADA DEL SILENZIO

Slow Life
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 13 A: Lungo la Strada del Silenzio
Sommario

All’alba, Marina lascia Foppolo con un peso silenzioso nel cuore, mentre la montagna resta alle sue spalle come un segreto trattenuto. La discesa verso la valle è un viaggio nel tempo: San Giovanni Bianco la accoglie con la sua quiete di pietra e San Pellegrino Terme le appare come un ricordo intatto della Belle Époque, sospeso tra eleganza e malinconia. Attraversando la Valle Brembana, il pensiero torna ostinatamente agli eventi di Foppolo, a quella casa che non smette di chiamarla.

Quando il paesaggio si apre verso la pianura e il traffico di Bergamo segna il ritorno alla realtà, una breve sosta in autostrada si trasforma in qualcosa di inaspettato. Nell’area di servizio, tra l’odore di benzina e caffè, Marina incontra una giovane donna dal passato incerto e dallo sguardo inquieto. È un incontro breve, apparentemente casuale, ma capace di imprimere al viaggio una piega nuova, sottile e imprevedibile, come un battito che preannuncia una svolta nel silenzio dell’asfalto

Un viaggio tra la montagna e la pianura, dove il passato sussurra ancora e un incontro inatteso cambia il destino di Marina


Novembre 2025

di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.

Racconti. L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 13 A: Lungo la Strada del Silenzio


Marina lasciò alle spalle Foppolo in un silenzio che sapeva di sospensione, come se la montagna, alle prime luci del mattino, trattenesse il fiato per osservarla andare via. La strada che scendeva verso la valle si snodava come un nastro lucente tra le pareti di roccia e le chiazze di neve ancora intatte, e per un tratto le parve di essere tornata bambina, quando faceva quel viaggio con suo padre, e ogni curva era una promessa di pianura, di luce, di futuro.

Attraversò San Giovanni Bianco, il borgo raccolto ai piedi delle montagne, con i tetti bassi e le case in pietra che si affacciavano strette sulla provinciale. Le finestre, ornate da tendine bianche, riflettevano l’acqua del Brembo che correva a fianco come un compagno fedele. Poi, dopo pochi minuti, il paesaggio cambiò improvvisamente.

San Pellegrino Terme le apparve davanti come una cartolina d’altri tempi: un paese che ancora oggi sembrava voler trattenere la Belle Époque tra le mani. Le linee eleganti del Grand Hotel, con le sue finestre ad arco e le decorazioni dorate, si stagliavano sul cielo limpido come un monumento al sogno borghese di inizio Novecento. Le terme, con la loro facciata liberty fatta di ferro e vetro, scintillavano nella luce del mattino. I portici — quelli dove, un secolo prima, dame con ombrellini e uomini in giacca di lino passeggiavano ascoltando le orchestrine — restavano oggi muti, ma conservavano la grazia delle epoche che non invecchiano.


Le colonne sottili, i capitelli decorati con motivi floreali, le vetrate color ambra e verde raccontavano l’epoca in cui San Pellegrino era considerata la perla della Valle Brembana, il salotto termale della borghesia lombarda.

Arrivavano da Milano, da Torino, perfino dall’estero, per bere l’acqua curativa, per danzare nei saloni del Casinò, per lasciarsi cullare dal profumo di acacie e dal suono del Brembo, sempre uguale, sempre presente....

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