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1572 CARNEVALE DI SANGUE. CAPITOLO 6: COLAZIONE COL POTERE

Slow Life
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 6: Colazione col potere
Sommario

Il sole appena sorto disegna lame d’oro sull’acqua del Canal Grande, mentre la gondola che porta Lorenzo scivola verso la dimora dei Morosini, austera come una sentenza. Dietro la facciata di marmi e arazzi, il palazzo custodisce incontri che non parlano solo di commercio, ma di strategie occulte e alleanze fragili. Nelle sale si muovono mercanti d’Oriente, portatori di pietre che brillano come monete di potere, mentre Morosini le osserva con la freddezza di chi sa che ogni gemma vale molto più del suo peso.

Lorenzo viene introdotto nello studio privato, tra mappe, registri chiusi a chiave e una tavola imbandita con rigore. La colazione diventa pretesto e rito, occasione per intrecciare domande e insinuare risposte, con parole che pesano più del pane o del vino. In quel confronto si aprono squarci di verità e di sospetto: nomi taciuti, debiti non scritti, segni che qualcuno ha voluto lasciare come ferite sul corpo di un povero.

Ma Venezia non è mai innocente. Ogni frase diventa un indizio, ogni sguardo un avvertimento, e Lorenzo capisce che ciò che ha davanti non è solo un delitto da sciogliere: è una partita più vasta, dove i registri contano quanto le spade e il silenzio può uccidere quanto un pugnale.

Nella dimora dei Morosini, tra trattative con mercanti d’Oriente e una tavola impeccabile, affiora l’enigma di un vetraio travestito da doge e di un quaderno contabile capace di far crollare casate


Settembre 2025

di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.

Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 6: Colazione col potere


Il Canal Grande era una lama d’acqua su cui il sole stava appena passando il filo. I palazzi, immobili e severi, sembravano osservare i battelli mattutini con l’aria stanca di chi ha visto troppe notti e troppe albe. La gondola che trasportava Lorenzo fendé la superficie lenta, lasciando scie che si richiudevano in fretta, come se la città non volesse conservare traccia dei suoi passaggi.

Quando l’imbarcazione virò davanti alla facciata dei Morosini, Lorenzo sentì un brivido che non veniva dal vento. Quel palazzo non era soltanto dimora di un patrizio: era la rappresentazione fisica di un potere che non chiedeva scusa. Le bifore gotiche si aprivano come occhi di marmo, i balconi esibivano arazzi orientali che il salmastro non riusciva a scolorire, e la pietra bianca, scolpita in archi, raccontava secoli di denaro e di strategie. Ogni blocco sembrava dire: qui nessuno è al sicuro, se non appartiene a noi.


Il servo in livrea cremisi e oro tese la mano, aiutandolo a scendere.

Non un sorriso, non una parola. Solo un gesto rapido, imparato e ripetuto mille volte, che significava più di un discorso: siete atteso, siete gradito, siete utile.

L’androne interno era un luogo di contrasti: fresco e solenne, con colonne che salivano come alberi di una foresta pietrificata. Su cassoni intagliati erano disposti cofanetti e stoffe provenienti da porti lontani: damaschi di Bursa, sete di Smirne, spezie racchiuse in vasi di maiolica. L’odore era una miscela di incenso e di legno umido, con una nota sottile di cera d’api bruciata.....

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