- Perché la rivalità interna nel 2026 non è più quella del 2020
- Quando la competizione tra colleghi è davvero utile all’azienda
- Il momento in cui il confronto sano si trasforma in conflitto latente
- Come nascono le fazioni interne e perché il manager spesso se ne accorge tardi
- Il costo invisibile della rivalità eccessiva: informazioni, fiducia e produttività
- Leadership debole, leadership divisiva e leadership assente
- Lavoro ibrido, AI e pressione sugli obiettivi: i nuovi amplificatori del conflitto
- Come costruire una competizione sana senza umiliazione e senza sabotaggi
- Il ruolo della direzione nel prevenire il danno organizzativo
Dalla sana tensione verso gli obiettivi alle fazioni, al logoramento relazionale e alla perdita di produttività: come riconoscere in tempo gli eccessi della competizione tra colleghi e come gestirli con una leadership moderna, autorevole e collaborativa
Autore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili.
Data di prima pubblicazione: aprile 2020
Aggiornamento editoriale: 1 aprile 2026
Tempo di lettura: 12 minuti
Nota
Questo articolo aggiorna e amplia il testo originario del 2020 alla luce delle più recenti evidenze su engagement, conflitto, leadership, rischio psicosociale e organizzazione del lavoro, includendo anche il contesto normativo e prevenzionistico oggi rilevante per le imprese italiane.
Rivalità interna in azienda: una forza utile solo finché resta sotto controllo
C’è una verità che molte imprese conoscono bene ma che raramente viene detta in modo chiaro: una certa dose di rivalità interna può essere utile. Può accelerare l’esecuzione, aumentare l’energia, spingere le persone a migliorarsi e far emergere talenti che, in un contesto troppo piatto, rimarrebbero nascosti. In questo senso, la competizione non è un male in sé. Diventa anzi una leva positiva quando obbliga i membri di un team a non adagiarsi, a studiare meglio i problemi e a prendere sul serio gli obiettivi comuni.
Ma il punto decisivo è un altro: la competizione produce valore soltanto finché resta inserita in un quadro di lealtà reciproca, fiducia minima, regole condivise e riconoscimento dell’obiettivo collettivo. Quando invece la rivalità cambia natura, il team smette di correre contro il mercato e comincia a correre contro se stesso.
È in quel passaggio, spesso lento e quasi impercettibile, che un reparto apparentemente brillante può trasformarsi in un luogo di tensione cronica, di sospetto, di silenzi tattici e di informazione trattenuta. Le evidenze più recenti sul lavoro confermano che gli ambienti organizzativi sicuri e ben gestiti riducono tensioni e conflitti, migliorando retention, performance e produttività, mentre le culture che tollerano comportamenti negativi, supervisione autoritaria, mancanza di supporto o ruoli poco chiari aumentano i rischi psicosociali.
Perché la rivalità interna nel 2026 non è più quella del 2020
L’articolo scritto nel 2020 coglieva un punto giusto: la competizione interna, se misurata, può aiutare. Oggi però il contesto è più complesso. Le aziende operano con team più frammentati, maggiore pressione sui KPI, lavoro ibrido, sistemi di valutazione continui, digitalizzazione spinta e introduzione dell’intelligenza artificiale nei processi decisionali e operativi.
Questo significa che la rivalità interna non si esprime più soltanto nella classica contrapposizione tra reparti o tra figure commerciali, ma può insinuarsi anche nella gestione delle informazioni, nella visibilità digitale, nel presidio delle competenze, nell’accesso ai dati e perfino nella relazione con gli algoritmi di misurazione delle performance. Gallup segnala che nel 2024 l’engagement globale dei lavoratori è sceso dal 23% al 21%, mentre l’engagement dei manager è sceso dal 30% al 27%; secondo la stessa ricerca, il 70% dell’engagement di un team è attribuibile al manager, e il disingaggio è costato all’economia mondiale 438 miliardi di dollari in produttività persa.
Questi dati sono importanti perché mostrano che non basta più dire “un po’ di competizione fa bene”. Oggi bisogna chiedersi chi la governa, con quali incentivi, con quale cultura organizzativa e con quali anticorpi. In un’impresa sotto pressione, con manager stanchi o poco presenti, la rivalità non resta neutra: tende a farsi sistema. E quando diventa sistema, il conflitto smette di essere un episodio e diventa architettura invisibile del lavoro quotidiano.
Quando la competizione tra colleghi è davvero utile all’azienda
Esiste una competizione sana. È quella che non nasce dal desiderio di ridurre l’altro, ma dall’ambizione di alzare il proprio livello. Si manifesta quando i membri del team si osservano, si sfidano, si misurano, ma senza compromettere la circolazione delle informazioni, senza ostacolare il lavoro comune e senza trasformare ogni divergenza in una prova di forza identitaria.
In pratica, la rivalità è costruttiva quando fa crescere l’impegno individuale ma non spezza la cooperazione. Un buon professionista vuole fare meglio del collega, ma non desidera che il collega fallisca; vuole eccellere, non sabotare. Questa differenza, che sul piano teorico sembra minima, sul piano organizzativo è enorme. La ricerca recente mostra che cooperazione e competizione possono entrambe migliorare la performance individuale, ma la competizione tende ad aumentare stress percepito e attivazione fisiologica, mentre la cooperazione può ottenere benefici simili con un carico psicofisico inferiore. Inoltre, nei compiti complessi e altamente interdipendenti, la competizione interna è stata associata a performance peggiori, comunicazione deteriorata, aumento della diffidenza e comportamenti più ostili.
Per questo, nei team maturi, la competizione utile non è mai lasciata libera di espandersi da sola. Viene contenuta dentro confini precisi: obiettivi individuali compatibili con obiettivi comuni, criteri di riconoscimento trasparenti, sistemi premianti che non distruggano la collaborazione e una leadership capace di distinguere merito da aggressività. Quando questi confini mancano, la rivalità tende a diventare tossica anche se in origine era nata da buone intenzioni.
Il momento in cui il confronto sano si trasforma in conflitto latente
Il deterioramento non avviene quasi mai in modo rumoroso all’inizio. La prima fase è spesso elegante, quasi invisibile. Le persone continuano a salutarsi, partecipano alle riunioni, mantengono un’apparenza professionale corretta. Ma sotto la superficie cambia il modo in cui le informazioni vengono condivise: un dettaglio non viene riportato, un aggiornamento arriva tardi, una criticità viene raccontata in modo parziale, una proposta utile viene trattenuta finché non può più essere valorizzata da altri.
Poi emerge un altro segnale: l’energia del team cresce, ma la sua efficacia non cresce nello stesso modo. Si lavora molto, si parla molto, si presidia molto, ma i risultati non migliorano in proporzione. Questo accade perché una quota crescente di risorse mentali viene assorbita dalla gestione delle posizioni interne, non dal problema esterno. La competizione, anziché orientare verso il cliente, il mercato o il progetto, viene risucchiata nella politica del corridoio.
Le rilevazioni CIPD sono molto chiare: chi sperimenta conflitti sul lavoro riporta minore soddisfazione per il lavoro e per la retribuzione, maggiore pressione, stanchezza e impatti negativi sulla salute mentale e fisica; è inoltre circa il doppio più propenso a dichiarare l’intenzione di lasciare il posto di lavoro. Le stesse persone valutano peggio il comportamento dei manager in termini di rispetto, equità e supporto, e più spesso percepiscono atteggiamenti di esclusione o di undermining nel team.
Come nascono le fazioni interne e perché il manager spesso se ne accorge tardi
Il testo del 2020 parlava giustamente di “fedeli”, di nuove squadre dentro il gruppo e di comunicazione interrotta. È un’immagine ancora validissima. Le fazioni nascono quasi sempre attorno a tre elementi: accesso privilegiato al responsabile, controllo delle informazioni e promessa implicita di protezione. Non sempre esistono in forma dichiarata; spesso prendono la forma di micro-alleanze, coppie dominanti, cordate funzionali, nuclei di persone che si scambiano riconoscimento interno e si legittimano a vicenda.
Il manager, soprattutto se è tecnicamente competente ma relazionalmente poco attrezzato, spesso se ne accorge tardi per una ragione semplice: nelle prime fasi le fazioni producono anche risultati. Lavorano tanto, presidiano molto, cercano di brillare. Da fuori sembrano solo persone motivate. In realtà stanno già spostando la lealtà dall’azienda al sottogruppo. Quando questo passaggio avviene, la collaborazione diventa selettiva: si aiuta chi appartiene alla propria area, si neutralizza chi è percepito come rivale, si filtra la comunicazione in funzione dell’utilità politica.
Un leader debole può addirittura alimentare questo processo. Gallup descrive un contesto in cui i manager, stretti tra aspettative più alte, riorganizzazioni, budget compressi, trasformazione digitale e nuove domande di flessibilità, sono più sotto pressione rispetto a pochi anni fa. In queste condizioni, chi guida il team può essere tentato di tollerare la rivalità come strumento di controllo indiretto: tenere tutti in tensione per evitare coalizioni contro di sé o per spremere risultati di breve periodo. È una scelta miope, perché sposta il potere dal governo del lavoro alla gestione della paura.
Il costo invisibile della rivalità eccessiva: informazioni, fiducia e produttività
Molti responsabili si preoccupano dei conflitti solo quando esplodono. In realtà il danno più serio arriva prima, quando il conflitto resta sommerso. Un team spaccato non collassa subito: rallenta. E rallenta nel punto più delicato, cioè nella qualità dell’informazione.
Quando i colleghi diventano concorrenti ostili, l’informazione smette di circolare come bene comune e si trasforma in leva privata. Si omettono dettagli, si consegnano versioni parziali dei problemi, si presidiano i dossier non per senso di responsabilità ma per controllo simbolico del territorio. Il risultato è che le decisioni peggiorano, i tempi si allungano, gli errori aumentano e la responsabilità diventa nebulosa. In un contesto simile, anche le persone competenti rendono meno, perché lavorano con una visione incompleta e con un carico emotivo costante.
La letteratura sui rischi psicosociali e sulla salute mentale al lavoro converge su un punto: i problemi non dipendono solo dalle personalità, ma anche da come il lavoro è disegnato, gestito e organizzato. Carichi eccessivi, scarso controllo sul lavoro, cultura organizzativa che tollera comportamenti negativi, scarso supporto da parte dei colleghi o supervisione autoritaria, ambiguità di ruolo e scarsa chiarezza di sviluppo professionale sono tutti fattori che aumentano tensione, conflitto e deterioramento della salute mentale. L’OMS raccomanda perciò interventi organizzativi, non solo individuali, cioè azioni che modifichino condizioni e ambiente di lavoro, accompagnate da formazione dei manager su ascolto, comunicazione aperta e riconoscimento del disagio.
Leadership debole, leadership divisiva e leadership assente
Non tutte le rivalità patologiche nascono da cattive persone. Molte nascono da cattiva regia. Qui conviene distinguere tre scenari.
Il primo è la leadership debole: il manager evita di decidere, non chiarisce i confini, non corregge le ambiguità, lascia che ciascuno si costruisca il proprio spazio di potere. In queste condizioni la squadra si auto-organizza, ma non in senso virtuoso: si divide.
Il secondo è la leadership divisiva: il responsabile usa la competizione come strumento permanente di governo, premia chi lo rafforza, alimenta confronti personalizzati, distribuisce informazioni in modo asimmetrico e confonde la pressione con la gestione. All’inizio ottiene fedeltà e velocità; nel medio periodo ottiene sfiducia, tatticismo e dipendenza.
Il terzo è la leadership assente: il manager è formalmente presente ma sostanzialmente scollegato dalla vita reale del team. Non intercetta i segnali deboli, non presidia il clima, non capisce dove si stia spostando la lealtà. È forse la forma più pericolosa, perché permette al conflitto di istituzionalizzarsi senza mai nominarlo.
Le evidenze recenti rafforzano questa lettura.
Gallup collega direttamente l’engagement del manager a quello del team, mentre la CIPD mostra che nei luoghi di lavoro segnati dal conflitto le persone giudicano peggio rispetto, equità e sostegno ricevuti dal proprio superiore. Non è quindi corretto leggere le rivalità distruttive come semplici “problemi caratteriali”: molto spesso sono sintomi di una governance insufficiente o distorta.Lavoro ibrido, AI e pressione sugli obiettivi: i nuovi amplificatori del conflitto
Nel 2026 esiste poi un elemento in più rispetto al 2020: molte tensioni non nascono davanti alla macchinetta del caffè, ma dentro ambienti digitali, dashboard, chat aziendali, piattaforme di progetto e sistemi di monitoraggio. La visibilità non è più solo fisica: è numerica. Ogni KPI, ogni tempo di risposta, ogni ticket chiuso, ogni forecasting, ogni dato di performance può diventare un pezzo del conflitto.
Questo non significa che la tecnologia generi automaticamente tossicità. Significa però che la tecnologia amplifica ciò che l’azienda è già. Se la cultura è solida, gli strumenti digitali aumentano trasparenza e coordinamento. Se la cultura è fragile, gli stessi strumenti rendono il confronto permanente, alimentano micro competizioni continue e rafforzano il bisogno di presidiare il proprio valore davanti al sistema.
Non a caso l’INAIL ha aggiornato nel 2025 la propria piattaforma per la valutazione e gestione del rischio stress lavoro-correlato introducendo moduli specifici collegati al lavoro da remoto e all’innovazione tecnologica, segno che i rischi psicosociali non vengono più letti solo con le lenti tradizionali. Inoltre, il quadro normativo italiano resta chiaro: la valutazione dei rischi deve riguardare tutti i rischi per sicurezza e salute, compresi quelli collegati allo stress lavoro-correlato.
Qui l’errore più frequente delle imprese è affrontare la questione solo come tema di benessere individuale. In realtà è un tema di progettazione organizzativa. Un sistema di obiettivi che premia solo la visibilità individuale e non la qualità della cooperazione crea inevitabilmente attriti. Un reparto dove tutti devono primeggiare sempre, su tutto, finisce per non sapere più lavorare insieme nei momenti critici.
Come costruire una competizione sana senza umiliazione e senza sabotaggi
Una competizione interna utile non nasce spontaneamente: va progettata. Il primo principio è che le persone devono poter eccellere senza dover distruggere il contesto in cui operano. Questo richiede incentivi intelligenti. Se premio solo chi arriva primo, è probabile che qualcuno smetta di condividere ciò che sa. Se premio anche la qualità del contributo al risultato collettivo, allora il merito individuale non coincide più con l’isolamento competitivo.
Il secondo principio è la chiarezza. Molte guerre interne nascono da ruoli confusi, confini decisionali sovrapposti, criteri di valutazione opachi e aspettative contraddittorie. Dove non esistono regole nitide, si apre inevitabilmente una lotta per interpretarle a proprio favore.
Il terzo principio è la sicurezza psicologica, che non significa buonismo né assenza di giudizio, ma possibilità di parlare, dissentire, segnalare errori e porre problemi senza temere rappresaglie simboliche o isolamento. La ricerca recente collega la sicurezza psicologica a migliori processi comunicativi e a migliori esiti in termini di apprendimento e performance innovativa; l’OMS, dal canto suo, insiste sulla necessità di formare i manager a una comunicazione più aperta e ad un ascolto più competente.
Il quarto principio è la tempestività. Quando compaiono segnali di ostracismo, trattenimento informativo, ironia svalutativa, bypass sistematici o cordate relazionali troppo rigide, il manager deve intervenire presto. Non con moralismi astratti, ma con azioni concrete: riallineamento dei ruoli, regole di comunicazione, verifica dei passaggi informativi, ridefinizione dei criteri premianti, mediazione diretta e, se necessario, presa di posizione netta su comportamenti incompatibili con il lavoro di squadra.
Il ruolo della direzione nel prevenire il danno organizzativo
La responsabilità finale non è solo del capo reparto. È della direzione aziendale. Una cultura organizzativa matura non si limita a dire che “bisogna collaborare”: costruisce sistemi che rendano la collaborazione praticabile e conveniente. Questo vuol dire chiedersi se i bonus alimentino rivalità distruttive, se i manager siano stati davvero formati a gestire conflitti e persone, se esistano strumenti di ascolto credibili e se la valutazione del rischio organizzativo includa anche la qualità delle relazioni.
Le organizzazioni migliori non eliminano il conflitto. Sarebbe impossibile e persino indesiderabile. Eliminano invece il conflitto improduttivo, quello che consuma energie senza generare apprendimento, e mantengono il conflitto utile, cioè il confronto serio sulle idee, sulle priorità, sui metodi. La differenza tra le due cose dipende dal livello della leadership.
Nel 2020 il tema poteva sembrare soprattutto culturale. Nel 2026 è anche un tema di produttività, retention, salute mentale, conformità normativa e tenuta manageriale. L’azienda che sottovaluta la rivalità interna eccessiva rischia non solo un cattivo clima, ma un deterioramento della qualità decisionale, una minore fedeltà organizzativa e una perdita progressiva di energia competitiva verso l’esterno. Il paradosso finale è proprio questo: quando una squadra passa troppo tempo a combattersi, diventa meno capace di competere davvero.
Conclusione
Una sana rivalità in azienda è auspicabile. Su questo il testo originario aveva ragione e il tempo non lo ha smentito. Ciò che il 2026 aggiunge è la consapevolezza che la competizione, lasciata senza governo, degenera più facilmente di quanto si pensasse. Sotto pressione, dentro strutture ibride e digitalizzate, con manager affaticati e sistemi premianti spesso troppo individualistici, l’energia competitiva può diventare conflitto latente, fazione, sabotaggio informativo e logoramento organizzativo.
Per questo la domanda giusta non è se la rivalità interna faccia bene o male. La domanda giusta è: chi la contiene, chi la indirizza e a quale scopo. Se serve a migliorare il livello del lavoro, è una risorsa. Se serve a costruire piccoli regni interni, è già un costo nascosto. E i costi nascosti, nelle aziende, sono spesso quelli che arrivano più lontano.
FAQ
La competizione tra colleghi aumenta sempre la produttività?
No. Può aumentare l’impegno individuale in alcune situazioni, ma negli incarichi complessi e interdipendenti può peggiorare comunicazione, fiducia e risultati complessivi.
Qual è il primo segnale di una rivalità aziendale diventata tossica?
Di solito non è il litigio aperto, ma la riduzione della qualità informativa: omissioni, ritardi, comunicazione selettiva, esclusioni sottili e protezione del proprio perimetro.
Il problema è nelle persone o nella leadership?
Entrambe le dimensioni contano, ma le evidenze recenti mostrano che la qualità manageriale e il disegno organizzativo incidono in modo decisivo su engagement, conflitto e clima.
Lo stress lavoro-correlato c’entra con la rivalità interna?
Sì. In Italia il rischio stress lavoro-correlato rientra nella valutazione dei rischi, e l’INAIL ha aggiornato nel 2025 i propri strumenti anche per lavoro da remoto e innovazione tecnologica.
Cosa dovrebbe fare subito un manager quando vede nascere due fazioni?
Chiarire ruoli e responsabilità, riequilibrare la circolazione delle informazioni, correggere i comportamenti divisivi, rivedere incentivi e metriche, e riportare il focus sull’obiettivo comune.
Fonti
Gallup, State of the Global Workplace 2025.
CIPD, Good Work Index 2024: Survey Report.
World Health Organization, Mental health at work e Guidelines on mental health at work.
Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Interpello n. 2/2023 sul D.Lgs. 81/2008.
INAIL, aggiornamento 2025 della piattaforma per la valutazione del rischio stress lavoro-correlato.
Studi recenti su cooperazione, competizione e performance nei team
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